25 ottobre 2007

Gustavo Zagrebelsky – La virtù del dubbio

Pubblicato su Discorsi generali, My backyard: Siena e la Toscana a 11:03 di Gregorio

AUTORE: DANIELA LANGELLA

Quando alcune settimane fa un mio collega, psicoterapeuta della famiglia, mi consigliò la lettura di questo libro, restai confusa e incuriosita. È un piccolo saggio nel quale un Professore, insegnante di Diritti dell’uomo e Filosofia del diritto, intervista un altro Professore, docente di Diritto e Giustizia costituzionale, già presidente della suprema Corte. Cercavo connessioni apparentemente impossibili con l’attività professionale mia e del mio collega o, quanto meno, speravo di non essermi imbarcata in una lettura piena di oscuri tecnicismi giuridici e, diciamo così, alquanto lontana dal mio universo culturale.

Ebbene quello che ho trovato in questo libro, mi ha convinto a usarlo per inaugurare la rubrica delle recensioni sul sito Prendere Parola, un sito che a mio avviso dovrebbe essere spazio di ricerca di informazioni, di confronto, di espressione e di ascolto.

La virtù del dubbio, secondo Zagrebelsky, è l’antidoto contro i rischi delle ideologie e delle verità assolute. “Dobbiamo essere circospetti anche, se non soprattutto, nei confronti dei nostri stessi ideali. Forse sono imposture, imposture verso noi stessi per coprire l’amore di sé”.

In particolare tutte le volte che assistiamo ad un’alleanza come quella tra potere e ideologia, “il piano inclinato, che non sappiamo dove possa portare, entra in funzione”. Piano inclinato che spesso ha condotto a conflitti e a regimi totalitari, perché coloro che credono di possedere le chiavi per intendere il senso e la legge della storia umana sono particolarmente esposti al rischio del fanatismo e del dogmatismo. Il diritto deve piuttosto risiedere in una tensione constante tra legge e giustizia, dove per giustizia non si intende la giustizia assoluta, universale, che è un miraggio, un’illusione, nobile e pericolosa al tempo stesso, soprattutto impossibile per il genere umano. Giustizia piuttosto considerata come una ricerca, “un andar cercando” attraverso la libertà, perché non ci è data una volta per tutte e deve fare i conti con le sfide generate dalla convivenza di diversità e molteplicità culturali, sociali e identitarie. In questo senso per Zagrebelsky la Costituzione è “il punto d’incontro, l’accordo, il compromesso che sta alla base della convivenza tra tanti soggetti, portatori di identità politiche diverse che cercano di combinarle in un patto di convivenza”. Un prodotto culturale che svolge una funzione di unificazione, fondazione e stabilizzazione delle strutture politico-sociali. Il diritto, e il diritto costituzionale come diritto generale dei diritti particolari, diventa uno strumento di convivenza, è mite nel senso di “amichevole verso le diversità”, assume un’idea di cittadinanza aperta che non si cristallizza nella difesa di un’identità definita a priori. E d’altro canto non potrebbe essere altrimenti, prendendo atto che l’epoca degli Stati chiusi nei propri confini è un’epoca terminata e l’epoca della globalizzazione introduce alla dimensione del multiculturalismo. Se un tempo il territorio, lo spazio fisico circondato da frontiere e confini, era elemento costitutivo dello Stato, e la res publica di ogni popolo era compresa dentro confini stabiliti, oggi viviamo in un mondo in cui i viventi hanno sempre più un rapporto indivisibile con la terra intera (pensiamo alla problematica ambientale, per esempio), tanto da richiedere la creazione di una comunità universale di diritto e di diritti. Pur consapevole della natura utopica di queste parole, Zagrebelsky propone la mondializzazione del diritto, “ipotesi della cultura”, come alternativa alla mondializzazione della politica, “ipotesi della forza e dello spavento”.

Mi sembra di cogliere molti spunti di riflessione da questa lettura, utili per il discorso e per i discorsi che vorremmo aprire su questo sito. Mi pare essenziale il richiamo al dubbio come condizione essenziale per un atteggiamento di apertura e di ascolto, ingrediente fondamentale in uno spazio di confronto. Prendere parola acquista senso solo all’interno di una relazione – seppur virtuale! – in cui l’Altro ci ascolta ed è genuinamente interessato alle nostre parole. Quella della crescita della capacità di mettere in dubbio i nostri pregiudizi, di guardare la realtà da punti di vista differenti e, dunque, di imparare a capire la diversità, è la strada che ci piacerebbe percorrere.

Gustavo Zagrebelsky

La virtù del dubbio – Intervista su etica e diritto

A cura di Geminello Preterossi

Ed. Laterza, 2007

20 ottobre 2007

Prendere parola

Pubblicato su My backyard: Siena e la Toscana, Vecchio ciarpame a 10:55 di Gregorio

Cari lettori, cari autori,

con questo primo pezzo, dal carattere squisitamente introduttivo, nasce il… portale? Blog? Magazine? Nasce in ogni caso il sito web “Prendere Parola”.

Comunque lo si voglia definire, Prendere Parola si apre come spazio di libero scambio per le idee, luogo di visibilità per TUTTI i punti di vista ed esperimento sui modi del libero scambio d’informazioni e punti di vista.

L’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sancisce la libertà di “[...] cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo [...]“. Un principio altamente democratico la cui applicazione sembra quasi pensata, in un’epoca assai anteriore alla sua ideazione, proprio per le potenzialità di comunicazione messe a disposizione da Internet.

Questo vincolante passaggio di uno dei trattati fondamentali del diritto internazionale, ribadito dall’articolo 11 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, stabilisce esplicitamente il principio della libertà di utilizzo passivo ed attivo del mezzo di comunicazione, dando modo ad ogni cittadino di adempiere al proprio diritto/dovere di esprimere un punto di vista sui temi di interesse pubblico, sulle scelte politiche e sulle condizioni di vita di tutti.

Il problema principale che ci siamo dovuti porre nel pensare questo “palco” per le idee di tutti, riguarda il mantenimento di un eventuale “alto livello qualitativo” dei contenuti, a fronte di un’ideale e assoluta libertà di accesso e di espressione.

Come in esperienze precedenti, abbiamo voluto distinguere due “livelli di comunicazione”: da una parte i pezzi (articoli) d’apertura di ogni singola discussione, vagliati e selezionati in base al loro interesse, al loro contenuto informativo e, perché no, alla loro leggibilità.

Dall’altra i liberi commenti, intesi come strumento per il diritto di replica, occasione di integrazione e ampliamento e, in definitiva, modo in cui si dovrebbe concretizzare la vera missione di Prendere Parola: la garanzia di un accesso attivo ai mezzi d’informazione.

La nostra idea è che tutti possano sottoporre articoli e commenti, con la possibilità però di filtrare quello che in altra sede abbiamo definito “rumore di fondo”, cioè quell’attitudine di alcuni di abusare degli spazi di libera espressione per affermare ovvietà e imbastire sciocchi battibecchi, che poco hanno da invidiare al mediocre livello dei mezzi di comunicazione di massa tradizionali.

La critica che usualmente si muove a questo uso della Rete è proprio che in tal modo si dà spazio solo all’attitudine becera e volgare di pochi, rispetto alla silenziosità dei molti e al rifiuto d’intervenire di coloro che, idealmente, dovrebbero essere capaci di esprimere punti di vista “d’alto profilo”: politici, giornalisti, intellettuali, ecc. La risposta tradizionale a questo “rischio”, cioè mantenere “alto” il livello del dibattito con una selezione “qualitativa” e preventiva degli interlocutori, è sensata solo a prima vista . Troppo comodo!

Questa strategia di delimitazione del campo d’interlocuzione nasce, a nostro parere, da una difficoltà diffusa nell’intellighenzia a gestire punti di vista eterodossi. È il tremendo conformismo che investe tutte le categorie dei “lavoratori intellettuali” ciò che impedisce un pieno sviluppo di una comunicazione democratica, non il presupposto “basso livello” di chiunque non ricopra una carica ufficiale. Non saremo noi a dare simili “patenti”: ognuno deve essere giudice delle proprie e delle altrui affermazioni. Ciò non toglie, naturalmente, che volendo offrire un simile servizio non ci si può sottrarre alla responsabilità di moderazione e perfino di censura, per evitare che il disegno di uno spazio libero si trasformi in un inutile ammasso di insulsaggini.

Si tratta evidentemente della ricerca di un equilibrio instabile e difficile. Il nostro atto di fiducia – se non di fede – è che uno spazio aperto non stimoli i livelli più bassi del “prendere parola”, ma anzi accenda in tutti la voglia di dare sviluppo al proprio pensiero, argomentando, documentando e facendo lo sforzo di smorzare i toni più viscerali ed emotivi. L’ampio ritardo culturale di molte categorie insospettabili, dai professori universitari agli operatori dell’informazione, rende l’uso del mezzo informatico ancora tutto da esplorare, alla ricerca dei modi per garantire qualità, completezza e libero accesso.

Con questo spirito vogliamo dare avvio a una generale discussione sui temi della vita pubblica, astenendoci, con britannica aspirazione alla neutralità, da abbracciare i punti di vista di questa o quella forza sociale e politica, ma assicurando a tutti pari spazio e pari legittimità. Dire questo in Italia appare a noi per primi un vuoto esercizio retorico, ma è proprio quello che, da oggi in poi, cercheremo di fare.

Prendere Parola è infatti certificato “libero da collegamenti a movimenti e partiti politici”, sia in senso negativo sia in senso positivo. Non saremo certo noi a barricarci dietro atteggiamenti discriminatori: siamo pronti a dare spazio a tutti, ma senza dipendere da nessuno. Vedremo nel tempo, se questa condizione d’isolamento si rivelerà infine un vantaggio o un handicap.

In ultimo, non possiamo esimerci dal sottolineare come Prendere Parola nasca da Siena e per Siena, intesa come “vasta” comunità e non strettamente come città. Il primo dovere di servizio è quello di affrontare i temi di questo territorio così particolare, nella sua struttura sociale e antropologica, con le sue chiusure e le sue peculiarità.

Ciò certo non toglie che il respiro di molti argomenti che si affronteranno in questo spazio avranno spesso, almeno noi speriamo, un valore che trascenda il piano locale e il mero rapporto Siena-Resto del mondo. Un altro scopo importante è proprio portare questa città, questo territorio, nel dibattito nazionale su tutti i temi che fanno dell’Italia una democrazia incompiuta, non in senso deteriore, ma nel senso di quel necessario e continuo completamento di cui qualunque vera democrazia ha sempre bisogno.

Proprio per far questo è necessario che ci facciamo tutti carico delle nostre responsabilità e “prendiamo parola”!